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giovedì 24 giugno 2010

Un Paese bloccato dai 30enni immaginari.

FONTE:UNITA.IT
Nel 2010 i primi figli degli anni Settanta compiono 40 anni. Quella che dovrebbe essere l'età adulta, l'età della consacrazione, l'età giusta per prendere la guida della società, per gran parte di quella generazione rischia di essere soltanto l'età in cui ogni fallimento verrà acclarato. Nell'analizzare questo imminente naufragio e nel tentativo di rintracciare possibili, residue, vie di uscita, diventa sempre più difficile da rinviare un confronto-scontro con la ingombrante generazione dei padri, con coloro che da oltre 40 anni “occupano” il nostro Paese e che, al di là di qualche rituale discorsetto sulla necessità di un rinnovamento generazionale, non sembrano avere nessuna intenzione di mollare la presa.

Come è successo? Cosa c'è dietro una generazione partita per cambiare tutto e arrivata a desiderare che nulla cambi? Qual è la storia non scritta dei fallimenti di questi sessantenni e settantenni di successo? Quali sono le zone d’ombra della versione ufficiale (scritta, come sempre, solo dai vincitori)? Tutto è probabilmente cominciato dando risposte sbagliate a domande giuste. La società italiana del dopoguerra, in cui quella generazione si affacciava, aveva bisogno di cambiamenti in molti suoi aspetti. Dal ruolo della donna a quello dei lavoratori. Ma di quelle grandi aspettative di miglioramento e progresso cosa si è realmente realizzato? (...) Nei discorsi pubblici e in quelli privati arriva sempre il momento in cui, da qualche esponente della generazione dei padri, perlopiù se messo alle strette sulle sue responsabilità, giunge la domanda: “Ma allora perché voi non vi ribellate? Noi l’abbiamo fatto...”.

La risposta a quella domanda e alla remissività della generazione dei figli, non può che risiedere anche nella educazione e nell’immaginario in cui quei figli sono stati fatti crescere. La frase “figlio mio, un giorno tutto questo sarà tuo...” ha ormai il sapore antico dei nonni di una volta e, difficilmente, potrebbe essere stata pronunciata da un sessantasettenne di oggi, come quel Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, una delle più prestigiose università private italiane, e autore di una “lettera al figlio” pubblicata in prima pagina, su la Repubblica , il 29 novembre 2009 che suonava più del tipo: “Figlio, qui è tutto mio e non mi basterà nemmeno per molto, tu vai via, lascia l’Italia, vatti a cercare qualcosa lontano da me…”.

Le reazioni alla lettera di Celli sono state molteplici: da quelle degli altri padri che condividevano le sue parole, a chi gli rimproverava una certa ipocrisia e i privilegi del suo ruolo, sostenendo che è inutile criticare un sistema che si è contribuito a creare, e nel quale si occupa un'eccellente posizione. Ma, su tutte, una emergeva: la convinta definizione della sua iniziativa come l'ennesimo colpo di coda di una generazione di “cannibali”. Una generazione di “cannibali” contrapposta ad una generazione cortese, di prego si accomodi , una generazione mai liberatasi da quella X, segno di indeterminazione, con cui era stata marchiata, fatta di ragazzi che non alzano la voce, che scelgono il dialogo, che provano ad argomentare una resa in tempi senza alcuna certezza. Che, nel migliore dei casi, riescono solo a porre una domanda ai padri: “In nome di cosa continuate a sentirvi migliori?”.

Rispondere a quella domanda e, soprattutto, farne discendere le dovute conseguenze, come dicevamo, è ancora impresa ardua per una generazione, la prima, cresciuta ed educata con il costante ausilio delle immagini di tv e cinema in una società ormai compiutamente debordiana . Immagini come quelle che scorrevano sugli schermi di tutta Italia a partire dal 9 ottobre 1980: un padre ingombrante, cattivo, che per restare giovane e al comando ricorre a sofisticati interventi chirurgici e che, pur di non lasciare strada al figlio, è disposto a sfidarlo in un duello all’ultimo sangue e ad amputargli una mano. L’unico compromesso che Darth Vader, è di lui che stavamo parlando, concede a suo figlio, Luke Skywalker nel finale de L’Impero colpisce ancora , è un affiancamento: “Unisciti a me, e insieme governeremo la galassia come padre e figlio”.

Che è comunque sempre meglio di quanto Celli offrirà a suo figlio. E così, per restare all’immaginario di cui si è nutrita la generazione dei figli in quegli anni Ottanta, mentre tanti dei loro padri si ritrovavano dalla stessa parte della barricata e il debito pubblico italiano veniva affossato per i secoli successivi, le uniche soddisfazioni arrivavano dall’identificazione con un diciassettenne californiano: Marty McFly, protagonista della trilogia cinematografica Ritorno al futuro , capace di tornare indietro nel tempo per far cambiare in meglio i suoi genitori e poi trarne beneficio dagli anni ‘80 in poi. Una questione di immaginario, dunque. Anzi, sarebbe meglio dire, di immaginari a confronto.

Una delle maggiori difficoltà nell'affrontare un discorso sui conflitti generazionali, infatti, è quella della definizione del confine esatto tra una generazione e l'altra. Se individuare nonni, padri e figli, in una famiglia può riuscire relativamente facile, è, invece, più complicato districare blocchi sociali e anagrafici che si intersecano e si tangono. La consapevolezza della propria età anagrafica rende tutto più complesso. Sembra esserci una età simbolica in cui molti dei nodi che bloccano la nostra società vengono al pettine: i trentacinque anni. Da una parte la cronaca quotidiana e le vicende personali ci mettono di fronte le storie e i volti dei trentacinquenni veri. Storie drammatiche, come quella di Sergio Marra, l'operaio morto suicida il 31 gennaio vicino Bergamo dopo aver perso il lavoro.

Oppure storie di trentacinquenni tristi, di precari senza speranza, di “bamboccioni” incapaci di lasciare il nido domestico, di ex ragazzi che non riescono a far emergere la propria voce, di giovani stelle della politica che non riescono a guadagnarsi la scena che per pochi minuti prima di essere riassorbite nell'ingranaggio che ha progettato per loro un futuro da giovanili burocrati cinquantenni (“La Serracchiona” – la Repubblica, 1 aprile 2009 ). Dall'altra parte, le stesse cronache quotidiane e l'immaginario collettivo plasmato da milioni di ore di televisione, da copertine di riviste e da film di cassetta ci racconta la storia di altri trentacinquenni: quelli immaginari. Quelli che hanno cinquant'anni e anche di più “ma sembrano trenta. Trentacinque forse. Perché si ha una pazzesca voglia di vivere. E tutto il resto conta sì, alimentazione, medicine, ginnastica, traguardi scientifici e prodigi della chirurgia. Ma alla fine ciò che comanda, che straccia l'anagrafe e fa dimenticare i certificati di nascita, sembrano essere il cuore e la mente.

Non è solo questione di star system , di attrici meravigliose che superato il mezzo secolo amministrano saggiamente le proprie rughe e scoprono un nuovo vento di vita . In tutto il mondo occidentale, sembra, l'età apparente ha soppiantato l'età anagrafica, si vivono stagioni multiple insieme, e la sessualità non si piega più né al tempo né al mutare del corpo” come scriveva in prima pagina Repubblica proprio poche ore prima che Sergio Marra decidesse di darsi fuoco spegnendo il suo vento di vita . Quella inchiesta, non fa che confermare quanto sia complicato stabilire chi sono i vecchi nel nostro paese. L’immaginario (e con esso forse anche la stessa possibilità di affrontare un serio discorso di rinnovamento generazionale) è del tutto compromesso se anche un presidente del consiglio ultrasettantenne è convinto, da anni, di essere un 35enne ( “Berlusconi si ritiene ‘insostituibile’ e ricorda di sentirsi un trentacinquenne” – Ansa, 12/2/2008. “Terremoto: Berlusconi, non dormo da 44 ore, ma ho 35 anni...” – Ansa, 8/4/2009 ), se un filosofo esalta la sua paternità raggiunta a sessant’anni (“La testimonianza - Zecchi: io, ultrasessantenne, ora ne voglio un altro” – Corriere della Sera, 9/2/2009 ) e se una conduttrice tv, ormai più vicina ai sessanta che ai cinquanta, insegue (inutilmente) mode adolescenziali (“Serena Dandini Parla con sé”, Aldo Grasso, Corriere della Sera, 8/10/2009 ). Compromettendosi in modo così pervasivo la consapevolezza della propria età, si è inevitabilmente danneggiato il meccanismo del “passaggio di consegne” tra padri e figli, tra una generazione e l'altra.


venerdì 4 giugno 2010

Con Monicelli sulle barricate.

FONTE:UNITA.ITLa situazione è fin troppo chiara: distruggono la cultura perché è sovversiva, perché è libertà e democrazia. Bisogna opporsi a tutto questo. Spingere con la forza e non tacere. Ci vogliono manifestazioni e dovete usare tutta la vostra forza giovanile per sovvertire. Io non ce l’ho più ma voi giovani dovete farlo». È un ragazzo di 95 anni quello che ieri ha «incitato» alla rivolta gli studenti della Rossellini, lo storico istituto romano che, unico in Italia, forma da anni tecnici per il cinema e la tv e che oggi rischia il collasso per i tagli inflitti dalla Gelmini. Mario Monicelli, infatti, si è offerto come «capopolo» per questa particolare mattinata di protesta ideata in origine come una dirventente burla, purtroppo «bruciata» dai soliti giornalisti in cerca di scoop. Si convocava la stampa per l’anteprima mondiale della nuova Armata Brancaleone, firmata ovviamente da Monicelli e prodotta da Renzo Rossellini, come recitava il comunicato. Un modo sicuro per attirare l’attenzione dei media, poco reattivi su certi temi. L’altro giorno, però, un giornale ha svelato «l’inganno», mettendo a rischio la divertente provocazione. La Nuova Armata Brancaleone altro non è che un piccolo corto girato dagli studenti della Rossellini in cui si vedono soltanto dei titoli di coda a simboleggiare il cinema che non si farà più a causa dei tagli. «Succederà che questo schermo resterà nero - si legge sul video - , senza immagini, senza parole. Succederà che i lavoratori di domani di cinema e tv non avranno un futuro. Perché si sta tagliando il loro presente. Perché si stanno negando i loro diritti di studenti... Tutti sulla stessa barca, anzi, tutti parte di una Nuova Armata Brancaleone».

STUDENTI IN LOTTA
Standing ovations e applausi hanno accompagnato la proiezione del corto, ma soprattutto l’intervento di Monicelli: «Se non dobbiamo vergognarci di essere italiani è per il nostro cinema, la musica, il teatro che ancora hanno rispetto nel mondo. Il resto è tutto degrado, desiderio di arraffare e arricchirsi, un po’ come capita in tutto l’Occidente. Da noi, però, quello che è più grave ancora è l’intento del governo di tagliare la scuola pubblica, come è la vostra, l’unica nel settore, per favorire quella privata destinata solo ai ricchi. A tutto questo ci dobbiamo opporre. Opporci a questo governo velleitario che sembra davvero un’Armata Brancaleone». Lotta dura, insomma, riprende anche Renzo Rossellini - tra i promotori della protesta insieme a Mimmo Calopresti - che nel «nome del padre» rivendica il dovere a «ribellarsi contro l’ingiustizia. Questi tagli alla cultura sono in realtà un’altra legge ad personam: ci vogliono stupidi, incapaci di scegliere e di capire. Mai dai tempi del fascismo eravamo arrivati così in basso. Levare alla gente la coscienza è criminale. Contro tutto questo si deve protestare con veemenza. E invito gli studenti ad essere molto cattivi». Le proteste montano. Continua anche l’occupazione del Centro Sperimentale «depennato» in extremis dagli «enti inutili» dell’ultima manovra del governo. Durante la parata militare del due giugno un gruppo di studenti del Centro è stato fermato dalle forze dell’ordine mentre cercava di srotolare uno striscione con la scritta: «Cultura: omicidio di stato». 11 di loro sono stati portati in commissariato, interrogati e denunciati per «manifestazione non preavvisata». Ha ragione Monicelli: la cultura è davvero sovversiva.


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giovedì 27 maggio 2010

Post-it, Flash Mob, speaker's corner ecco i nuovi modi di fare politica

FONTE: REPUBBLICA.IT

Grazie al web, rivoluzionate anche le forme di propaganda e di comunicazione. E un senatore del Pd ha raccontato su FB una seduta della commissione del Senato.

ROMA - Dirette su Facebook delle sedute parlamentari. Mailbombing alla Presidenza della Repubblica. E poi Netstrike e Guerrilla Marketing. Speaker's Corner e Flash Mob. La protesta contro la Legge Bavaglio è solo l'ultima manifestazione visibile di una nuova frontiera dell'impegno civile. Che si basa su nuove pratiche e su nuovi modi di comunicare la politica. Un controcanto permanente al potere costituito che passa, senza soluzione di continuità, dal web alla piazza. Un clic: e i cyber-cittadini scendono in strada per chiedere di partecipare.

Facebook. Nella notte in cui la Commissione Giustizia del Senato licenzia con un si il Ddl sulle intercettazioni, viene inaugurata una nuova forma di cronaca parlamentare. Stefano Ceccanti, senatore del Partito Democratico. utilizza la sua bacheca Facebook 1 per una diretta della discussione in Commissione. Un continuo aggiornamento. Per rendere pubblico il dibattito tra i senatori. E in molti, da casa, partecipano e chiedono informazioni. Inchiodati al computer sino alle 3 del mattino. Un nuovo versante dell'uso politico del social network creato da Mark Zuckerberg. Che è il punto d'origine dell'appello "Libertà è partecipazione informata" e di altre, numerose, campagna d'opinione.

Il Mailbombing. Della serie: c'era una volta il popolo dei fax. Una catena di mail con la stessa richiesta. L'ultimo a riceverla è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Oggetto: richiesta di non firmare la legge sulle intercettazioni. Il promotore del mailbombing è il gruppo "Valigia Blu". Che negli ultimi due mesi ha dato lustro ad una pratica di partecipazione politica molto diffusa oltreoceano. Spendendo mail collettive a Emilio Fede e Augusto Minzolini Sul web si trovano veri e propri trattati su "Teoria e Prassi del Mailbombing".

Il post-it fra carta e web. I ragazzi del post-it 2 sono l'ultima, clamorosa, forma di protesta. Sono centinaia le foto arrivate al nostro sito. Su Twitter è ora nata l'idea di mettere un triangolo giallo sul proprio profilo (simbolo del post-it): con il sistema twibbon 3 il profilo si aggiorna automaticamente. Rilanciata anche la lettera ai giornali stranieri di Christopher Potter, 4 direttore del Festival Internazionale di giornalismo di Perugia.

Dal web alla strada: lo Speaker's Corner. E' la moda del momento. Ci si organizza - rapidamente - su Facebook. Indirizzo e orario. E poi via, spesso in una piazza centrale. Basta un megafono e un piccolo sgabello. E ognuno può dire la sua sull'argomento del giorno. Il modello è quello Hyde Park, dove c'è un angolo - ritratto anche in "Aprile" di Nanni Moretti - dove vige la regola del "comizio libero". In Italia è una specialità del Popolo Viola. Che ne organizza decine in tante città italiane e sugli argomenti più disparati. All'ultimo, svolto a Roma in Piazza Montecitorio, hanno partecipato giuristi e giornalisti.

Guerrilla Marketing. Sfondo bianco e uno slogan: "No alla Legge Bavaglio". Un marchio che diventa l'avatar con cui ci si presenta in rete. E che identifica chi sta partecipando ad una determinata protesta. Più che uno strumento, una strategia. Per implementare, anche attraverso l'uso delle nuove tecnologie, l'impatto e la diffusione del proprio messaggio. E' il Guerrilla Marketing nasce come metodo pubblicitario a metà degli anni '80 e si basa su due precondizioni: scarsità del budget e campagna d'informazione aggressiva. In politica, l'ultimo esempio è l'uso di Facebook fatto dai promotori del No B Day: una manifestazione da 500mila persone ideata e organizzata in poco più di un mese.

Il Flash Mob. Restare immobili per qualche minuto. O abbandonarsi a improvvisi gesti d'affetto. In compagnia di altre centinaia di persone. E' il flash mob è una delle forme più spettacolari della nuova comunicazione politica. La usano tutti. Addetti ai lavori, amministratori e cittadini. L'ultimo a Firenze, dove centinaia di amministratori locali 5 hanno protestato contro la rigidità del patto di stabilità. Ad un cenno prestabilito, si sono sdraiati su lenzuoli con la scritta: "Stanno mettendo il tuo comune al tappeto".

Il Netstrike. E' la versione virtuale del sit-in. Gli utenti si danno appuntamento sul sito internet dell'istituzione o del partito oggetto della protesta. Effetto: migliaia di accessi in contemporanea mandano in tilt i server. E il sito istituzionale diventa inaccessibile. I primi Netstrike sono stati eseguiti a metà degli anni '90. I più celebri in Italia nel 2001 e nel 2008. Stesso bersaglio: il ministero della Pubblica Istruzione.

Le petizioni online. Migliaia di firme in pochi giorni contro la legge bavaglio. 6 Tutto grazie alle petizioni online. Ovvero: come cercare di "cambiare il mondo dal basso". I siti che le ospitano sono in aumento. E le firme vengono raccolte sulle questioni più disparate. Si va dai referendum fino ai "salvataggi" di trasmissioni televisive. Per crearne una bastano pochi minuti. I maggiori problemi sorgono quando vengono presentate alle autorità competenti: spesso ci sono problemi per l'autentificazione delle firme.

Un baratto per una firma. E dalle interazioni sul web nascono le proposte più disparate. Come quelle realizzate dal Comitato promotore per il referendum sull'acqua pubblica. 7 Tutto per una firma: barattare una granita, partecipare ad un banchetto nuziale, scalare una montagna in bicicletta. Ed i risultati si vedono. 600mila firme raccolte in poco meno di un mese.



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NUOVO RAPPORTO ISTAT PRESENTATO ALLA CAMERA In Italia due milioni di giovani non lavorano e non studiano

FONTE: CORRIERE.IT
Il 15% delle famiglie in crisi economica: una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa.

ROMA - Nullafacenti, loro malgrado. Tirano sera con poche speranze: l'Italia ha il più alto numero, tra i paesi europei, di giovani che non lavorano e non studiano. Vivere a casa con i genitori non è più una scelta: è l'unico modo per sbarcare il lunario. Il quadro dell'Italia disegnato nel rapporto annuale dell'Istat, presentato alla Camera, è quello di un paese in parte ripiegato su sè stesso, che accusa drammaticamente la crisi economica nella vita di tutti i giorni. Famiglie non più in grado di affrontare qualsiasi imprevisto, disoccupazione o sottoccupazione, in particolare nella fascia femminile. Il potere d'acquisto pro capite italiano è scivolato sotto il livello del 2000 mentre la pressione fiscale è salita al 43,2% nel 2009, aumentando di tre decimi di punto rispetto all'anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l'anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). «Caso unico» tra le grandi economie, sottolinea l'Istituto nazionale di statistica. Insomma un quadro nell'insieme a tinte fosche, anche se qualche spiraglio di luce filtra: la ripresa si avvia verso una fase di «progressivo consolidamento» nei prossimi mesi in tutti i settori «ad eccezione delle costruzioni» che restano a picco, in Italia così come in altri Paesi europei quali Francia e Spagna. La crisi, ricorda infine il rapporto, pesa comunque di più sui lavoratori stranieri che su quelli italiani. Il tasso di occupazione dei primi è infatti calata nel 2009 a ritmi doppi rispetto ai secondi.GIOVANI ALLO SBANDO - Non sono gli unici, ma quelli che pagano di più questo stato di cose sono i giovani. Quelli che non fanno nulla. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, il nostro paese, ha il primato europeo. Hanno un'età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione. A casa con mamma e papà ma non più per scelta nè per piacere. I "bamboccioni" lasciano il posto ai conviventi forzati con i genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall'11,8% al 28,9% del 2009). Lo denuncia l'Istat nel rapporto annuale presentato alla Camera. Questi giovani sono coinvolti nell'area dell'inattività (65,8%). Il numero dei giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126 mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). È un fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l'Italia già registrava il 10,2% di Neet contro il 5,8% dell'Ue). Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata del 73,3% (l'anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi residenti al nord. Alla più elevata permanenza nello stato di Neet si accompagna anche un incremento del flusso in entrata di questa condizione degli studenti non occupati (dal 19,9% al 21,4%) ed una diminuzione delle uscite verso l'occupazione.

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