«Le regole giuste sono un investimento. Le regole sbagliate sono un costo. Le regole possono essere sbagliate in sé, ma possono essere sbagliate anche perché sono troppe». E visto che l’Italia si trova «al bivio tra declino e sviluppo», il governo ha deciso di «scaricare la zavorra». E’ questa la filosofia del progetto «Libertà d’impresa», suggerito nei giorni scorsi dal ministro Tremonti, che approda oggi al Consiglio dei ministri per un primo esame preliminare. Il pacchetto è imperniato su due distinti provvedimenti: una legge ordinaria, che dovrebbe servire a semplificare le procedure amministrative e che potrebbe essere approvata abbastanza rapidamente, ed un più complesso disegno di legge costituzionale per modificare gli articoli 41 e 118 della Carta.
In particolare, la bozza del ddl prevede che controlli «ex post», autocertificazione e segnalazione di inizio attività vengano estese «a tutte le ipotesi» in cui si possano applicare, mentre le «restrizioni del diritto di iniziativa economica» vengono «limitate allo stretto necessario». Fatti salvi i casi regolati da legge penale, la nuova Costituzione si basa sul principio della «buona» fede dell’imprenditore. In questo quadro anche le modifiche alla Costituzione servono a formare una sorta di baluardo anti-burocrazia. All’articolo 41 sono aggiunti alcuni commi per sancire che «la Repubblica promuove il valore della responsabilità personale in materia di attività economica non finanziaria» e che «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post». All’articolo 118, ultimo comma, verrà invece aggiunto un comma che recita: «Stato, Regioni ed Enti locali riconoscono l’istituto della segnalazione di inizio attività e quello della autocertificazione, lo estendono necessariamente a tutte le ipotesi in cui è ragionevolmente applicabile, con esclusione degli ambiti normativi ove le leggi penali prevedono fattispecie di delitto o che derivano direttamente dalla attuazione dalle normative comunitarie o internazionali». Inoltre, «in materia urbanistica» si danno sei mesi di tempi a Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni per adeguare le loro normative «in modo che le restrizioni del diritto di iniziativa economica siano limitate allo stretto necessario per salvaguardare altri valori costituzionali». E tre mesi di tempo per «rendere pubblico l’elenco dei casi che escono dal campo di applicazione» della semplificazione.
Carlo Sangalli
«Riducendo la burocrazia tagliamo 16 miliardi di costi»
Tutto ciò che rientra nel perimetro di una buona politica per le piccole e medie imprese e che, partendo dalla riduzione dei tempi, costi e pesi burocratici eccessivi, consenta di accelerare e irrobustire la crescita ci vede non solo favorevoli ma convinti assertori. L'iniziativa del governo di creare una piattaforma di regole in grado di liberare energia di impresa nel circuito dell'economia è dunque condivisibile. Ciò detto, però, noi vorremmo che l’obiettivo dell’intero pacchetto, fosse quello di consentire a tutte le aziende, quale ne sia la dimensione, di ricercare maggiore efficienza e competitività. In questo senso, noi crediamo che una delle maggiori difficoltà da rimuovere sia la «grande tassa» della burocrazia, che costa al sistema delle imprese oltre 16,5 miliardi l'anno. Un conto, effettivamente, troppo salato e non più ulteriormente sostenibile.
(R. MAS.)
Piero Alberto Capotosti
«Non serve modificare le norme costituzionali»
Non vedo la necessità di toccare la Costituzione, perlomeno in riferimento agli articoli 41 e 118. Il 41 non è un freno alla libertà d'impresa, ma anzi la sua modifica può dare l'impressione che si tratti di un alibi per poter giustificare quello che fino a oggi non si è fatto con legge ordinaria. Il primo comma è chiarissimo: l'iniziativa economica privata è libera. Incontra, tra l'altro, il limite dell'utilità sociale, che richiama il concetto tedesco di «economia sociale di mercato» proprio per evitare che si intraprendano iniziative dannose al bene comune: se qualcuno vuole aprire un'impresa, non bisogna stabilire che non si adottino tecniche inquinanti o che si assicurino condizioni di lavoro salubri? Il terzo comma parla solo di controlli, senza precisare come e quando debbano essere esperiti. La libertà di concorrenza, che oggi è tutelata dall'articolo 117, può essere attuata benissimo con legge ordinaria dello Stato.
(F. SCH.)
Alberto Mingardi
«Deve poter trainare anche altri interventi»
Credo sia lecito temere che questo progetto del ministro dell'Economia possa servire soltanto a fare «parlare d'altro». La modifica dell'art. 41 non è stata necessaria, in passato, per consentire eventi che hanno cambiato in profondità il rapporto Stato-mercato in Italia (penso alle privatizzazioni), non se ne comprende l'improvvisa urgenza ora. Ciò detto, gli articoli della Costituzione relativi ai rapporti economici sono davvero datati e sono il frutto del compromesso fra due culture, cattolicesimo sociale e marxismo, nessuna delle quali aveva una comprensione molto profonda dei meccanismi del mercato. Se la modifica costituzionale fosse una sorta di grande obiettivo simbolico che traina e che non frena altre iniziative per la semplificazione della vita economica, potrebbe essere una cosa auspicabile. Così come lo sarebbe un intervento contro la moltiplicazione dei poteri di veto.
(P.B.)
Roger Abravanel
«Il problema delle regole? In troppi non le rispettano»
Sono d’accordo che si intervenga su questa materia, soprattutto per snellire la pesante trafila burocratica. Giova ricordare, a questo proposito, che siamo al 76° posto per libertà d’impresa. Tuttavia questo non basta. Il problema della libertà d’impresa in Italia non è che ci sono troppe regole, ma che le regole non si rispettano e così si altera il sistema della libera concorrenza. Per uno sviluppo solido e duraturo è necessario un sistema rapido di giustizia civile, un intervento serio e drastico sull’evasione fiscale e un recupero dell’economia sommersa. Le piccole imprese che rispettano le regole, pagano le tasse, retribuiscono come prescritto i dipendenti, eccetera, sono aziende che vogliono crescere e svilupparsi. Quelle che, invece, prosperano al nero, non solo non vogliono crescere ma fanno concorrenza sleale alle prime.
(R.MAS.)
Vincenzo Boccia
«Per crescere avanti tutta con la semplificazione»
Le iniziative del governo per la promozione della libertà di impresa incontrano senza dubbio il nostro pieno apprezzamento. La semplificazione delle norme e dei percorsi burocratici ai quali le nostre piccole e medie aziende sono costrette, costituisce da sempre uno dei nostri obiettivi prioritari. Una maggiore libertà è necessaria per velocizzare la capacità delle imprese di uscire dalla crisi, ma anche per dare una forte spinta al nostro sistema produttivo. I troppi freni stanno diventando un fardello pesante in uno scenario globale. Si tratta di agire in due direzioni: da un lato liberare risorse per lo sviluppo, dall’altro mettere a punto tutti quegli strumenti che possono far sì che nel nostro Paese le imprese operino in condizioni di vera e piena concorrenza. Ci sono delle riforme che possono essere realizzate in tempi brevi e senza oneri aggiuntivi, al primo posto la burocrazia, la semplificazione e le liberalizzazioni.
(R.MAS)
Massimo Calearo
«Guardare all’interesse del Paese senza ideologie»
Sono d'accordo sul fatto che si debba velocizzare il sistema ed essere più vicini alle piccole imprese, che sono la maggioranza in Italia. Bisogna guardare solo agli interessi del Paese senza ideologie: in questo modo maggioranza e opposizione possono trovare una convergenza, importante perché l'economia viaggia a una velocità superiore alla politica. Non sono andato in profondità nella proposta del governo, ma la ritengo corretta, anche se mi auguro che tutto questo non sia un'operazione di facciata. La cosa più importante sarebbe concedere all'impresa degli strumenti di crescita, ma non sono contrario all'ipotesi di rivedere gli articoli 41 e 118 della Costituzione. E sono perfettamente d'accordo con il disegno di legge sulla segnalazione di avvio attività: è giusto dare fiducia a chi vuole partire, ma siccome il furbo normalmente non paga, facciamo invece che se si becca qualcuno che bara gli facciamo pagare una multa molto seria.
(F.SCH.)
Nicola Rossi
«Non basta semplificare adesso è l’ora di abolire»
Rivedere gli articoli 41 e 118 non credo sia una priorità ma non è nemmeno del tutto inutile: che la Costituzione abbia una modalità un po' datata di guardare al mercato è evidente. Poi bisogna vedere come lo si fa, in che maniera le parole mercato e concorrenza compariranno. Ritengo però prioritarie una serie di altre cose per rendere più semplice l'attività d'impresa: oggi un imprenditore passa buona parte della giornata a fare lo slalom tra le procedure burocratiche, che spesso servono solo a dare lavoro a uffici o professionisti. Non basta semplificare, bisogna abolire: la Pubblica Amministrazione fa troppe cose, è bene che ne faccia di meno. Quindi il ddl sulla segnalazione di avvio d'impresa in teoria va benissimo, ma è un parere provvisorio: di questo tipo di semplificazioni ne abbiamo viste molte negli ultimi 15 anni, e non sempre hanno funzionato. L'abilità della burocrazia nel ricreare lavoro per se stessa è pressoché infinita.
(F.SCH.)
Fiorella Kostoris
«Si può fare di tutto senza toccare la Carta»
Per liberare lo sviluppo da una serie di lacci obsoleti non è assolutamente necessario cambiare l’articolo 41 della Costituzione. Tutte le misure del caso si possono prendere senza intaccare la legge fondamentale dello Stato. Il testo dell'articolo 41 dice che «l’impresa non deve contrastare con l'utilità sociale» e non credo sia necessario cambiare questa impostazione. Si può discutere, semmai, del fatto che questo dettato risenta di una di una concezione intrinsecamente negativa dell’impresa, del profitto, del denaro in generale, che ha molto a che vedere con la cultura cattolica e comunista (molto diverse tra loro, ma in questo simili) proprie dell’epoca in cui la costituzione è stata fatta. Ma è del tutto evidente che un’attività economica, quale che sia - impresa, banca, cooperativa, eccetera - non debba stridere con l’utilità sociale.
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